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Francesco Russo: "La storia non deve tornare indietro"

4 Maggio 2026

Alla tradizionale festa del Primo Maggio di San Floriano del Collio (Števerjan) gli oratori principali sono stati la presidente regionale della SKGZ Nives Cossutta, e il vicepresidente del Consiglio regionale del FVG Francesco Russo. Pubbliciamo l’intervento di Francesco Russo.

Dragi prijatelji in dragi tovariši. Zelo mi je v veselje in čast, da sem danes tukaj z vami.

La Resistenza, Liberazione e il Lavoro sono la grammatica che è alla base del romanzo della nostra democrazia. Un romanzo che non è finito una volte per tutte. Un romanzo che continua a scriversi, pagina dopo pagina, con il procedere della storia. E sappiamo bene che oggi quelle pagine possono rivelarsi esaltanti ma anche, di nuovo, preoccupanti. A volte persino tragiche. Per questo fare memoria non è ripetere un ricordo stanco e sbiadito. Fare memoria significa rendere vivi quei valori, quella grammatica di base. Significa attualizzare esperienze, ideali, solidarietà. Significa scegliere ogni giorno da che parte stare.

Qui, in queste nostre terre di confine, questo messaggio ha un significato ancora più profondo. Qui sappiamo bene che le identità non si cancellano: ma possono riconoscersi, rispettarsi, intrecciarsi. E sappiamo cosa significa quando questo non accade. Sappiamo cosa significa quando a un popolo viene negato il diritto di parlare la propria lingua, di educare i propri figli secondo la propria cultura, di esprimere liberamente la propria identità. Per questo la Liberazione non è solo una data. È una responsabilità.

Le generazioni del dopoguerra ci hanno consegnato conquiste straordinarie. La democrazia. I diritti sociali. Il lavoro come fondamento della Repubblica. Ma non sono conquiste scontate. Non lo sono mai state. E non lo sono oggi. Lo vediamo nel mondo: popoli oppressi, libertà negate, identità cancellate. Lo vediamo anche più vicino a noi, quando riemergono linguaggi di forza, logiche di dominio, tentazioni autoritarie.

Papa Leone XIV ha parlato con chiarezza: “una manciata di tiranni sta devastando il mondo”, ma a loro ha detto che la forza non dà legittimità, la violenza non costruisce pace. E noi lo diciamo con ancora più forza: mai più la guerra. Mai più!

Chi si è sacrificato per liberare l’Europa dal nazifascismo ci affida ancora oggi un compito preciso: non dimenticare la lezione di chi ha immaginato un’Europa unita proprio perché non si sparasse mai più, nemmeno un colpo di pistola. Per decenni è stato così. Ed è stato uno straordinario successo.

Come ricorda Romano Prodi, l’Europa unita è il luogo in cui un insieme di minoranze ha imparato a vivere in pace, senza che nessuna prevalesse sulle altre. È questo il modello che dobbiamo difendere oggi, mentre qualcuno torna a pensare che siano le armi a decidere il destino dei popoli. 

No. Il destino dei popoli si decide con la democrazia, con il diritto, con la cooperazione. E qui veniamo al lavoro. Il Primo Maggio non è una celebrazione rituale. È una chiamata alla responsabilità. Le conquiste del lavoro — i diritti, le tutele, la dignità — sono il frutto di decenni di lotte. Di sacrifici. Di organizzazione. Di coraggio. E il lavoro non è soltanto reddito. Non è soltanto occupazione. Come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:  “Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro. Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.”

Ecco perché difendere il lavoro significa difendere la democrazia. Significa difendere il futuro. Lo vediamo anche nel nostro territorio: penso alla crisi della Star Tech emersa in queste ore a Trieste, ai 320 lavoratori lasciati nell’incertezza. Dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una vita sospesa.

E poi c’è una trasformazione ancora più profonda: quella dell’intelligenza artificiale. Una rivoluzione che, nel giro di pochi anni, può cancellare milioni di posti di lavoro, certo ricreando altri che però non sappiamo ancora immaginare, ma che certamente ridefinirà completamente il nostro modello sociale. Forse una trasformazione paragonabile solo alla rivoluzione industriale. Di fronte a tutto questo, la politica sembra spesso distratta. Ripiegata su piccole polemiche, su baruffe inutili. Mentre il mondo cambia a una velocità che non aspetta nessuno.

E allora dobbiamo dircelo con chiarezza: oggi serve la stessa energia, la stessa passione, la stessa determinazione di chi ha fatto la Resistenza e di chi ha ricostruito questo Paese dalle macerie. Perché lo dobbiamo ai nostri figli.

Non illudiamoci: le conquiste democratiche possono essere erose poco a poco, quasi senza accorgercene. E spetta a ciascuno di noi impedirlo. Alcide De Gasperi lo diceva con parole semplici e potentissime: la democrazia non vive solo nelle istituzioni. Vive nell’impegno quotidiano di ciascuno. Almeno un’ora al giorno, diceva, va dedicata alla comunità. C’è chi allena una squadra di bambini, chi fa volontariato, chi canta in un coro, chi si impegna in parrocchia o nell’associazionismo, chi opera nel sindacato, nelle categorie, nei partiti, nelle istituzioni. Sono tutte forme di partecipazione. Sono tutte forme di cura.

E senza questa rete di relazioni, senza questa responsabilità diffusa, la democrazia si svuota. Perché — come diceva Giorgio Gaber — la libertà è partecipazione. E lo è anche la democrazia. Una società è davvero democratica quando è uno spazio di cooperazione, non un’arena di conflitto.

Oggi vediamo scontrarsi due visioni del mondo. Una visione “a somma zero”: per avere di più, qualcuno deve perdere. E allora si combatte, si divide, si alzano muri. E una visione “a somma positiva”: cooperando si crea valore, la torta cresce, e tutti possono stare meglio.

Noi sappiamo da che parte stare. E sappiamo anche che la prima visione, oggi, sembra purtroppo prevalere. Quando si parla di territori da contendersi o di stretti da bloccare. Ma proprio per questo il nostro impegno è ancora più necessario.

Quest’anno celebriamo gli ottant’anni della Repubblica. Ottant’anni di libertà, di diritti, di crescita democratica. Ed è arrivato il momento di riconoscere pienamente il ruolo decisivo e paritario delle donne nella vita del nostro Paese. Le 21 Madri Costituenti non sono una nota a margine della storia. Sono parte fondamentale della nostra democrazia. Vi invito a visitare la mostra dedicata a loro che abbiamo da poco inaugurato in Consiglio regionale: è un modo concreto per capire da dove veniamo e dove dobbiamo andare.

E voglio chiudere proprio con le parole di due di quelle straordinarie donne. Teresa Mattei ci ha ricordato che “il più grande monumento alla libertà, alla giustizia, alla Resistenza, all’antifascismo e al pacifismo è la nostra Costituzione”. E oggi tocca a noi difenderla. Renderla viva ogni giorno.

E Elettra Pollastrini aggiungeva: “saranno le masse popolari a imporre la fine delle prepotenze, a difendere la libertà, a orientare la politica verso la pace, il progresso civile, la realizzazione  concreata della Costituzione repubblicana”.

Ecco il nostro compito. Siamo qui, a ottant’anni dalla Liberazione, per dire che la storia non deve tornare indietro. Per dire che la pace è una scelta. Per dire che la democrazia è una responsabilità. Per dire che il lavoro è dignità. E che tutto questo dipende, ogni giorno, da ciascuno di noi.

Vesel prvi maj vsem!

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