
Nives Cossutta: “La lingua e l’identità sono una ricchezza dello spazio europeo comune”
Alla tradizionale festa del Primo Maggio di San Floriano del Collio (Števerjan) gli oratori principali sono stati la presidente regionale della SKGZ Nives Cossutta, e il vicepresidente del Consiglio regionale del FVG Francesco Russo. Pubbliciamo l’intervento di Nives Cossutta.
Care partecipanti e cari partecipanti, ospiti, rappresentanti delle organizzazioni, care cittadine e cari cittadini di Števerjan,
innanzitutto grazie per l’invito e per questa occasione di riflettere insieme sul momento che stiamo vivendo, sulle numerose sfide e forse anche sulle prospettive che riguardano la comunità slovena e più in generale la società in cui viviamo.
Appartengo a quella fortunata generazione nata dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, cresciuta e vissuta in un lungo periodo di pace, di sviluppo economico e sociale, che ci ha garantito condizioni di vita estremamente positive. Una generazione che ha potuto respirare a pieni polmoni i valori democratici e la libertà, conquistati da coloro che prima di noi scelsero i valori dell’antifascismo come necessaria controparte ai vent’anni bui del fascismo, del nazismo, della discriminazione razziale e dell’odio. Valori sui quali si fonda e opera anche la nostra organizzazione, la SKGZ.
La mia generazione ha avuto la possibilità di vivere a contatto con persone che hanno conosciuto sulla propria pelle gli orrori della guerra: questa vicinanza diretta ha rafforzato in noi la consapevolezza e la gratitudine verso coloro che scelsero il coraggioso cammino della lotta contro il nazifascismo, del movimento di liberazione nazionale, scegliendo la parte giusta della storia. Allo stesso tempo abbiamo avuto le condizioni per costruirci una vita indubbiamente migliore di quella dei nostri genitori, grazie a un più facile accesso all’istruzione, a un lavoro stabile e dignitoso, a condizioni di vita confortevoli che dagli anni Cinquanta hanno permesso un avanzamento sociale soprattutto del ceto medio.
Eravamo convinti che il mondo potesse solo migliorare, che le aree più povere del pianeta avrebbero lentamente migliorato le proprie condizioni di vita, che le disuguaglianze e le ingiustizie sociali ed economiche si sarebbero gradualmente ridotte. Credevamo profondamente che entità internazionali come le Nazioni Unite o l’Unione Europea fossero vere garanzie per un mondo migliore. Pensavamo che l’ordine internazionale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale ci avrebbe concretamente protetti da ogni rischio di predominio del più forte e del più ricco.
Oggi tutte queste nostre convinzioni sono seriamente messe in discussione. Il mondo che ci circonda è inquietante, e la paura che gli equilibri che ritenevamo solidi e duraturi possano sgretolarsi è sempre più percepibile.
Lo scenario internazionale è gravissimo: numerosi focolai di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, ci ricordano quotidianamente il rischio concreto di un terzo conflitto mondiale; il mancato rispetto del diritto internazionale rende quasi impossibile ogni forma di negoziato civile; l’atteggiamento disumano e distruttivo verso alcuni territori e popoli, come accade a Gaza, suscita indignazione. Il modo in cui le autorità e le istituzioni cosiddette “democratiche” trattano i migranti e le persone in fuga da condizioni di vita insostenibili è in contrasto con ogni principio umano e umanitario. Si accentua la marginalizzazione delle aree più povere e meno sviluppate del mondo, in totale contraddizione con le idee di solidarietà, inclusione, dignità, uguaglianza e giustizia — principi che sono anche i valori del Primo Maggio.
Il nostro mondo è sempre più ostile, verso l’essere umano e verso la natura. L’odio, la violenza, la prevaricazione del più forte sono espressioni di una deumanizzazione che non riguarda solo le persone comuni, ma anche i leader mondiali. Un quadro desolante, che ci spinge sempre più in un sentimento di impotenza e paura. “L’Europa è il manicomio della civiltà e dell’iper-intellettualismo. La sua crisi è una sola: la crisi dell’umanità!” scriveva Kosovel all’inizio del secolo scorso, parole che oggi suonano sorprendentemente attuali.
Nonostante questo quadro difficile, qualcosa tuttavia si muove. L’esito del referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia in Italia ha dimostrato che una massa critica sa reagire quando sono in gioco questioni fondamentali e serie. Anche come SKGZ ne eravamo consapevoli e abbiamo sostenuto convintamente il No. Quando i diritti costituzionali fondamentali sono in pericolo, qualcosa si risveglia anche nell’opinione pubblica più assopita. I segnali di una nuova consapevolezza che emerge nel tessuto sociale, soprattutto tra le giovani generazioni che alzano la voce per la pace e contro ogni forma di fascismo e di distruzione dell’essere umano, sono importanti e non vanno ignorati.
Alcuni vorrebbero convincerci che noi Sloveni in Italia dovremmo occuparci solo delle questioni che ci riguardano da vicino e che per risolverle dovremmo affidarci a qualsiasi interlocutore. Io credo fermamente che non sia così: se vogliamo essere una parte paritaria e attiva della realtà regionale, se vogliamo essere cittadini a pieno titolo, anche i problemi più ampi sono i nostri problemi: la sanità pubblica, le difficoltà della scuola, lo smantellamento dello stato sociale, le sfide tecnologiche, i dilemmi dello sviluppo del nostro territorio, i cambiamenti climatici che trasformano il nostro ambiente, la crisi economica ed energetica mondiale generata dai conflitti. Tutto questo riguarda anche noi e merita una chiara presa di posizione politica.
Così come sentiamo nostri anche gli avvenimenti in Slovenia. Uno Stato giovane e piccolo è consapevole dei rischi che i conflitti mondiali ed europei rappresentano per esso. Non ci è indifferente quale governo nascerà in Slovenia: desideriamo che prevalgano programmi orientati al dialogo, alla pace e alla convivenza, a un ordine sociale solidale, capace di coniugare sviluppo, giustizia sociale, pluralismo e visione democratica. Ci aspettiamo che gli Sloveni fuori dai confini continuino a essere trattati con senso di responsabilità statale.
In coerenza con ciò che accade attorno a noi, anche noi Sloveni in Italia viviamo una profonda crisi. Non abbiamo una visione chiara del nostro futuro, cosa comprensibile nelle difficili condizioni attuali. I numeri e il trend demografico negativo ci avvertono che siamo sempre più deboli: proprio per questo avremmo bisogno di una forza diversa, basata sulla qualità, sulla collaborazione seria e leale, sulla progettazione comune e concreta. Le energie nella nostra comunità sono minori, e proprio per questo dobbiamo raccoglierle e unire il meglio. Come ha ricordato la presidente della Repubblica di Slovenia riguardo all’attuale incertezza politica, anche noi Sloveni in Italia dobbiamo individuare priorità comuni e trovare un linguaggio condiviso per raggiungerle.
La Capitale Europea della Cultura Nova Gorica–Gorizia è stata, in questo senso, una conquista storica. Abbiamo dimostrato — e voi qui sul Goriziano lo avete dimostrato in modo particolare che:
- le aree periferiche possono diventare modello di convivenza, dialogo e cooperazione;
- la dimensione transfrontaliera è un nuovo paradigma di sviluppo sociale, culturale ed economico;
- le minoranze possono svolgere un ruolo decisivo grazie alla loro vitalità e capacità di collegamento.
Si tratta di obiettivi molto importanti, una vera luce che nel mondo di oggi indica chiaramente la direzione da seguire per il bene comune. Nonostante i progressi, il superamento del confine non è ancora pienamente realizzato: proprio nel giorno della festa dei lavoratori constatiamo che i lavoratori transfrontalieri sono ancora troppo poco tutelati e pagano il prezzo più alto per la sospensione del sistema Schengen; il loro lavoro e la loro vita restano troppo spesso intrappolati negli ingranaggi della burocrazia interstatale. Senza parlare delle difficoltà di chi studia in uno dei due Paesi e non gode di un riconoscimento automatico che gli permetterebbe di utilizzare senza ostacoli le proprie competenze.
Il Primo Maggio è la festa delle lavoratrici e dei lavoratori, che richiama diritti, dignità e giustizia sociale anche tra i generi e tra le generazioni. Le differenze nelle condizioni di lavoro sono ancora evidenti, e le donne non hanno ancora le stesse opportunità degli uomini. L’accesso a un lavoro di qualità, a pari opportunità, alla sicurezza sociale e a salari dignitosi è un fattore decisivo anche per la scelta dei giovani di restare nelle proprie comunità o emigrare. Anche queste questioni toccano indirettamente la nostra comunità.
Il Primo Maggio è anche la festa che sottolinea simbolicamente l’idea di solidarietà. La storia delle minoranze in Europa è strettamente legata allo sviluppo del concetto di diritti umani, in cui i diritti culturali e linguistici sono diventati parte integrante di una più ampia idea di giustizia sociale. In questo senso la tutela della lingua slovena in Italia non è solo una questione culturale, ma anche una questione di uguaglianza e inclusione. Le generazioni più anziane vedono spesso la lingua come fondamento dell’identità e della sopravvivenza storica della comunità, mentre i più giovani sviluppano più frequentemente un’identità “ibrida”, in cui lo sloveno non è l’unico ma uno dei diversi elementi equivalenti (insieme all’italiano e spesso all’inglese). Non è necessariamente una perdita di identità, ma un cambiamento nel modo di esprimerla.
In conclusione, possiamo dire che oggi la minoranza slovena in Italia vive in uno spazio sospeso tra una tutela giuridica stabile e dinamici cambiamenti sociali. La sua più grande peculiarità è proprio la natura transfrontaliera e plurilingue, che supera i confini nazionali tradizionali. Viva il Primo Maggio, e che assuma un significato sempre più ampio: simbolo di una società che si impegna per pari opportunità, giustizia sociale e multiculturalità inclusiva, in cui lingua e identità non sono un ostacolo, ma una ricchezza dello spazio europeo comune.